Testo di David James Sheen;
Traduzione di Andrea Tuveri.

Forse non è stata solo una coincidenza se la strada di un uomo con un passato di ferro ha incontrato quella di un uomo con una passione per il legno. Decenni segnati da un freddo contatto con il ferro e il vetro hanno lasciato tracce che non si vedono ma che la vita, l’amicizia e forse il profondo colore del legno riescono a rendere meno tangibili.
Forse per noi la forza naturale emanata dalle venature di una trave appena piallata ha più importanza di quella che riusciamo a comprendere, e magari non è solo l’animo di un combattente come Sante Notarnicola a volersi segretamente avvicinare al morbido contatto con la natura, e non sono solo le mani di un mastro artigiano come Cosimo Minonne ad allungarsi inavvertitamente fino a sfiorare la delicata superficie di un legno ben levigato.
Il nostro amore per il legno scaturisce da un irrefrenabile istinto primordiale. I misteri degli alberi ci affascinano ancora prima che imparassimo ad usare e ad abusare degli altri materiali che la Terra ci ha donato. Ci siamo riparati sotto i rami, ne abbiamo rosicchiato la corteccia con i denti e abbiamo acceso fuochi quando la pietra era solo una dura realtà, quando l’oro non era che uno strano bagliore nel terreno e il vetro null’altro che un sogno lontano da venire. Se davvero abbiamo un animo di ferro, cose di cui spesso dubito, allora batte in noi sicuramente un cuore di legno, e le due cose insieme creano il senso di magia che si cela dietro alla parola Mutenye.
Circa cinque anni fa, quando venne inaugurata la nuova osteria in via del Pratello, tutti conoscevano benissimo i proprietari ma nessuno sapeva cosa significava il nome. Una marea notturna di clienti, amici, innamorati, seguaci della moda, appassionati di flipper e filosofi di mezzanotte salì e rifluì alla luce del nuovo faro che mandava i suoi segnali nella notte bolognese, e in quelle serate nacquero e si diffusero le più svariate teorie su cosa fosse in realtà un Mutenye. Era senz’altro uno strumento musicale etnico, una tribù africana, una società segreta, una marca di sigari cubani o un’isola abbandonata, a una cert’ora della notte è inutile tentare di fermare le proprie fantasie. Ma per quanto ogni teoria avesse un suo fascino personale, nessuna di queste corrispondeva alla realtà, perché la verità sull’enigma del Mutenye era ben più semplice. Il Mutenye è un viaggiatore senza passaporto, un’amante al quale non serve un letto, un prete che non ha bisogno di bibbia. La risposta era già lì con noi,era negli sgabelli sui quali sedevamo, nel bancone sul quale ci sporgevamo e nelle porte dalle quali uscivamo per rientrare dopo aver risolto le il grosso delle problematiche mondiali del momento.
Il Mutenye è il contatto caldo e naturale con il legno di un albero che cresce nello Zaire, è l’arte e la cura di un mastro artigiano, ed è soprattutto l’affetto spontaneo di due persone che, come gli alberi, sanno benissimo dove sono le proprie radici.

Questo racconto fa parte della raccolta “Mutenye, un luogo dello spirito“; Odradek, 2002